Autrici: Marzia Stellacci, Francesca Favieri.
Il fenomeno dello sharenting, neologismo nato negli Stati Uniti dalla combinazione di share e parenting, indica la pratica, sempre più diffusa, attraverso cui genitori e altri adulti condividono online contenuti che riguardano bambini e adolescenti. Si tratta di un fenomeno in forte crescita: secondo alcune inchieste, oltre l’80% dei bambini nei Paesi occidentali ha una presenza digitale già prima dei due anni di vita. Alcune inchieste riportano, ad esempio, che l’81% dei minori nei Paesi occidentali possiede già una presenza online prima dei due anni di vita, percentuale che raggiunge il 92% negli Stati Uniti. Sebbene spesso animato da intenzioni positive, lo sharenting comporta diversi rischi. Tra i più discussi troviamo: la costruzione precoce dell’identità digitale dei minori, il furto d’identità, il cyberbullismo e, nei casi più estremi, l’esposizione involontaria a potenziali adescatori quando vengono diffuse informazioni sensibili. Alcuni articoli hanno persino evidenziato che una parte significativa del materiale pedopornografico online (circa il 50%) proviene da immagini pubblicate dai genitori stessi sui social.
Accanto ai rischi legati alla sicurezza, emerge un’ulteriore dimensione che la social media strategist Serena Mazzini definisce il “lato oscuro” della creator economy. Questo lato oscuro è rappresentato dalla possibile mercificazione dei minori. I contenuti che ritraggono bambini registrano infatti un tasso di interazione fino a tre volte superiore rispetto ad altri post, generando un potenziale guadagno economico per gli adulti che li pubblicano. Per questo lo sharenting viene definito da Mazzini come una “folle benedizione del XXI secolo”, una pratica che può produrre notevoli introiti sfruttando l’immagine dei più piccoli.
Alcune inchieste giornalistiche hanno portato alla luce derive preoccupanti: genitori vlogger che ammettono di sottoporre i figli a continue pressioni per generare contenuti performativi; tate che assistono a rimproveri verso bambini malati perché non appaiono sufficientemente sorridenti durante un servizio fotografico; madri che invitano i figli a simulare emozioni a favore di telecamera, anche quando il loro vissuto emotivo è autentico e doloroso. Questi episodi mostrano come, in alcuni casi, il desiderio di visibilità possa sovrapporsi ai bisogni evolutivi del minore.
Lo sharenting appare così un fenomeno con rilevanti implicazioni etiche, legali e sociali. Esistono già sentenze che hanno condannato genitori a risarcire i figli ormai adulti per l’esposizione online subita durante l’infanzia. In Italia è in discussione un disegno di legge che propone di vietare l’apertura di account social ai minori di 15 anni e di regolamentare con maggiore rigore lo sfruttamento commerciale della loro immagine.
La psicologia perinatale offre una chiave di lettura utile per comprendere perché molti adulti sentano il bisogno di condividere così tanto dei propri figli.
- Costruzione dell’immagine del bambino: nei primi anni, i genitori oscillano tra il “bambino immaginato” e il “bambino reale”. Le foto pubblicate online spesso mostrano solo il lato ideale, quello più gradevole o socialmente approvato.
- Bisogni di conferma: la transizione alla genitorialità è un periodo delicato. Like e commenti possono diventare un modo per sentirsi più adeguati o meno soli, soprattutto quando si attraversano momenti di insicurezza.
- Confini poco chiari: alcuni genitori faticano a riconoscere il diritto del bambino a una propria riservatezza. La sua immagine rischia così di diventare un’estensione del sé adulto, più che un’espressione della soggettività del minore.
- Impatto sulla relazione: l’attenzione alla fotocamera può interferire con la spontaneità delle interazioni, soprattutto nei primi mesi di vita, quando i bambini hanno bisogno di sintonizzazione autentica e spazi emotivi protetti.
Lo sharenting non è necessariamente dannoso: può essere un modo per condividere momenti importanti con familiari e amici. Tuttavia, richiede consapevolezza e responsabilità. Proteggere l’immagine dei bambini significa tutelare il loro futuro digitale, la loro identità e la qualità della relazione con i loro adulti di riferimento. Promuovere una cultura della cura (anche online) è il primo passo per garantire ai più piccoli uno spazio di crescita sicuro, rispettoso e libero da esposizioni premature.
Fonti e voci bibliografiche utili
“We’re Never Doing This Again”: What It Took for These Parenting Influencers to Pull Their Kids Offline. Cosmopolitan. 12 Marzo 2024
A Marketplace of Girl Influencers Managed by Moms and Stalked by Men. New York Times 23 Febbraio 2024
Blum-Ross, A., & Livingstone, S. (2020). “Sharenting,” parent blogging, and the boundaries of the digital self. In Self-(re) presentation now (pp. 70-85). Routledge.
Family YouTuber deletes account after Won’t Stop Posting Their Children. Cosmopolitan. 12 Marzo 2024
Mazzini, S. (2025). Il lato oscuro dei social network: Come la rete ci controlla e manipola. Rizzoli
Perché lo sharenting è pericoloso: l’81% dei bambini è online prima dei due anni, Corriere.it, 15 Aprile 2023
The Parenting Influencers Who Won’t Stop Posting Their Children. Cosmopolitan. 12 Marzo 2024
Tosuntaş, Ş. B., & Griffiths, M. D. (2024). Sharenting: A systematic review of the empirical literature. Journal of Family Theory & Review, 16(3), 525-562.


